La nuova definizione di Musicoterapia della Confederazione Mondiale mi piace, “ma mi fa un pò paura” 

31.07.2026

Perché la svolta inclusiva della nuova definizione di Musicoterapia della WFMT richiede un'autoconsapevolezza metodologica ancora più profonda?

Articolo Blog  curato da Simone Rizzardi (musicoterapeuta) 


L’annuncio della nuova definizione ufficiale della World Federation of Music Therapy (WFMT), presentata in occasione del 18° Congresso Mondiale di Bologna a cui ho avuto il grande piacere di partecipare (video), segna indubbiamente una tappa fondamentale per la musicoterapia.

È una definizione che respira, che include, che accoglie la complessità del mondo contemporaneo e che riconosce il valore dell’esperienza umana, del contesto sociale e della relazione.

Leggendola (la trovi alla fine dell’articolo), si prova un senso di maturità e di liberazione: la musicoterapia smette di catalogare minuziosamente se stessa e dichiara con orgoglio i propri valori.

Eppure, accanto all’entusiasmo per questa apertura, emerge un’inquietudine profonda. La nuova definizione mi piace, “ma mi fa un pò paura”.

La paura non nasce dal testo in sé, ma dal rischio di equivoco che esso porta con sé se letto in modo superficiale o riduttivo.

Il timore è che questa nuova formulazione possa essere interpretata come una sorta di “lasciapassare” da “liberi tutti”, una de-responsabilizzazione metodologica che consenta di far passare qualsiasi attività musicale a generico carattere benefico, ricreativo o assistenziale per “musicoterapia”, annullando decenni di lotte per la dimostrazione del rigore scientifico e clinico della professione.

La paura di cui parlo non è un rifiuto aprioristico del cambiamento, ma un’emozione del tutto lecita, che nasce dal desiderio profondo di custodire l’identità e la dignità clinica della nostra professione. È un campanello d’allarme etico, una reazione di salvaguardia verso il rischio che l’apertura e la flessibilità metodologica vengano scambiate per superficialità o mancanza di rigore.

Come osserva Paolo Caneva nel suo ultimo articolo blog (lo trovi qui: https://www.canevapaolo.it/blog/cosa-e-davvero-la-musicoterapia.html), analizzando l’evoluzione delle definizioni WFMT dal 1996 al 2026, si assiste a un passaggio fondamentale: dalla sostanza all’esperienza.

La definizione del 1996 scompose la musica in elementi strutturali quasi fisici (suono, ritmo, melodia, armonia), con la tipica ansia di una disciplina giovane che voleva dimostrare la propria scientificità ancorandosi alla rigidità degli strumenti. Nel 2026, l’attenzione si sposta sui verbi d’azione: ascoltare, cantare, suonare, improvvisare.

Qui si potrebbe annidare il primo grande equivoco. Se la musica non è più definita nei suoi aspetti fisici e procedurali ma diventa un insieme di “esperienze musicali ed esperienziali”, chiunque proponga un ascolto gruppale in una comunità, un momento di canto condiviso in una struttura anziani o un laboratorio di percussioni potrebbe sentirsi autorizzato a definire il proprio intervento come “musicoterapia”.

La perdita degli elenchi stringenti (obiettivi fisici, emotivi, mentali) e la rinuncia a un vocabolario di tipo strettamente medico-riabilitativo rischiano di sguarnire la disciplina dalle sue difese formali.

Se tutto è “promozione della salute e del benessere in contesti clinici, educativi, culturali e virtuali”, dove risiede la linea di demarcazione tra una pratica professionale di cura e un’attività musicale genericamente salutare?

Per comprendere l’origine teorica di questo rischio e al contempo trovare l’antidoto, è necessario ricorrere al pensiero di Kenneth E. Bruscia e alla sua evoluzione concettuale da processo sistematico a processo riflessivo.

Nelle prime edizioni di Defining Music Therapy (1989/1998), Bruscia ancorava la disciplina a quattro pilastri costitutivi della sistematicità:

Orientato a un obiettivo (Goal-Directed):

finalità trasformativo-terapeutiche ben definite e concordate.

Organizzato e Metodico (Organized / Methodical):

una scansione precisa e rigorosa tra Valutazione iniziale (

Assessment), Trattamento (Treatment) e Verifica dei risultati (Evaluation).

Basato sulla Conoscenza (Knowledge-Based):

fondato su ricerche, teorie consolidate e competenze formalizzate.

Regolato (Regulated):

entro confini etici, professionali e deontologici chiari.

Nella terza edizione del 2014, a seguito del noto Deconstruction Party, Bruscia sostituisce “sistematico” con “riflessivo”. Lo fa perché la sistematicità, da sola, rischiava di sfociare nel positivismo meccanicistico, trasformando il terapeuta in un mero esecutore di protocolli.

(ne parlo in questo articolo: https://open.substack.com/pub/musicoterapiaviva/p/dalla-sistematicita-alla-riflessivita)

Ma attenzione: Bruscia non ha mai inteso la riflessività come il contrario della sistematicità, né come un suo ridimensionamento. La riflessività richiede al terapeuta una presenza critica e un’autoconsapevolezza superiori, proprio perché deve integrare il rigore teorico all’interno di una relazione dinamica.

Il pericolo contemporaneo, e la fonte della mia paura, è che la comunità clinica (o chi sta ai suoi margini) interpreti la riflessività come un “allentamento” del metodo, dimenticando che un processo riflessivo che perde la sua matrice conoscitiva e deontologica cessa immediatamente di essere terapia e diventa mera ‘improvvisazione’ estemporanea.

La nuova definizione WFMT cita per la prima volta in modo esplicito la cornice fondamentale: «within a therapeutic relationship» (all’interno di una relazione terapeutica) ed evidenzia che la pratica è condotta da professionisti formati (trained professionals).

È esattamente questo il punto di giunzione tra l’analisi di Caneva e la teorizzazione di Bruscia. La musicoterapia non risiede nella “musica in sé” (che di per sé può fare bene a tanti in molti contesti), né nella semplice esecuzione di un’attività. La distinzione clinica si gioca tutta su due fattori:

La presenza di un professionista qualificato

in grado di esercitare quella che Bruscia definisce un’autoconsapevolezza riflessiva costante sul transfert, sul controtransfert, sulle reazioni sonore ed emotive proprie e del cliente.

La natura della relazione

, che non è un generico intrattenimento o un supporto ricreativo, ma un campo intersoggettivo orientato alla salute, guidato dalla responsabilità etica e informato dai contesti socio-culturali.

Accogliere la nuova definizione della Confederazione Mondiale significa celebrare la maturità di una disciplina che non ha più bisogno di “difendersi” enumerando sintomi e patologie, ma che sa nominare con coraggio i propri valori: inclusività, adattabilità, responsabilità etica e contestuale.

Tuttavia, il compito dei musicoterapeuti oggi è quello di vigilare affinché questa maturità non venga confusa con la superficialità. Non dobbiamo permettere che la rinuncia ai dogmi positivisti venga scambiata per un “liberi tutti”.

La sfida per il futuro della professione sarà dimostrare che un processo riflessivo, inclusivo ed esperienziale richiede un livello di formazione, di rigore etico e di competenza clinica persino maggiore rispetto al passato.

Solo così la nuova definizione smetterà di farmi paura e diventerà ciò che è stata pensata per essere: non una porta aperta a qualsiasi attività benefica, ma la mappa consapevole di una professione complessa, profonda e insostituibile.

È opportuno precisare che le riflessioni qui proposte non nascono dal desiderio di criticare il nuovo testo formulato dalla WFMT, del quale si riconosce pienamente il valore d’insieme e lo sforzo di sintesi monumentale.


Questo contributo intende anzitutto rinnovare la più profonda stima a quanti hanno reso possibile un simile avanzamento disciplinare: un lavoro complesso e coraggioso, la cui risonanza si è manifestata in tutta la sua forza al Congresso Mondiale di Bologna, mirabile esempio di organizzazione e prezioso momento di dialogo transculturale tra professionisti d’ogni latitudine.


*La nuova definizione:

«Music therapy is a professional discipline that uses music-based experiences, such as listening, singing, playing instruments or improvisation, to promote health, well-being, capacity and development at a personal and social level. It is delivered by trained professionals within a therapeutic relationship and is an adaptable, inclusive, therapeutic modality that serves individuals, groups and communities across clinical, educational, cultural and virtual settings. Music therapy practice is research-based, shaped by professional education and clinical training, guided by ethical responsibility and informed by social, cultural and political context.» (WFMT, 2026)

(@Traduzione italiana non Ufficiale)

«La musicoterapia è una disciplina professionale che utilizza esperienze basate sulla musica come l’ascolto, il canto, il suonare strumenti o l’improvvisazione per promuovere salute, benessere, capacità e sviluppo a livello personale e sociale. È condotta da professionisti formati all’interno di una relazione terapeutica ed è una modalità terapeutica adattabile e inclusiva, al servizio di individui, gruppi e comunità in contesti clinici, educativi, culturali e virtuali. La pratica della musicoterapia è fondata sulla ricerca, plasmata dalla formazione professionale e dal tirocinio clinico, guidata dalla responsabilità etica e informata dal contesto sociale, culturale e politico.»

Mt. Rizzardi Simone (Musicoterapeuta, Formatore, Operatore e Consulente nel Benessere del suono. Esperto di applicazioni della musica in contesti Clinici e di Crescita personale.

Musicista e appassionato della Valorizzazione dei Talenti delle persone) [Socio A.I.M.
Associazione Italiana professionisti della Musicoterapia]

Founder di MusicoTerapiaViva.it

www.musicoterapiaviva.it

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Simone Rizzardi

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Musicoterapista, Operatore e Consulente nel Benessere del suono.

Esperto di applicazioni della musica in contesti Clinici e di Crescita personale. Musicista

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