"Esplorare improvvisando o improvvisare esplorando?"⊵

17.06.2026

Riflessioni sulle sfumature tra improvvisare ed esplorare: parametri musicali e atteggiamento clinico nel setting musicoterapico.

Nel contesto della musicoterapia, l'improvvisazione si distacca in modo deciso dalla pratica puramente musicale e dell'immaginario 'comune' della dimensione jazzistica. 


Se per il musicista l'improvvisazione costituisce un atto orientato alla performance, vincolato a rigidi canoni estetici, strutture formali e sintattiche predefinite, come le progressioni armoniche, i vincoli scalari o i pattern idiomatici propri di un genere, e alla produzione di un oggetto artistico strutturato per un pubblico, l'improvvisazione clinica risponde a una logica funzionale radicalmente diversa.


Articolo Blog  curato da Simone Rizzardi (musicoterapeuta) 


Nel setting musicoterapico, essa si configura come l'uso sapiente ed estemporaneo della combinazione di suoni attraverso la voce, il corpo o gli strumenti, all'interno di un ambiente sicuro e strutturato, finalizzato a rispondere ai bisogni fisici, emotivi, cognitivi e sociali della persona. 

L'improvvisazione si spoglia così delle necessità di coerenza formale accademica o di virtuosismo tecnico-esecutivo: i parametri musicali, come l'altezza, il ritmo, la dinamica e il timbro, non sono più finalizzati alla costruzione di un'architettura sonora esteticamente compiuta, bensì diventano indicatori diagnostici e vettori di sintonizzazione affettiva.


Il FOCUS si sposta dall'accuratezza formale del "prodotto musica" alla responsività dinamica del "processo relazionale". Da questa prospettiva, un accordo dissonante o una frattura ritmica, che in un contesto performativo potrebbero essere considerati errori esecutivi, in musicoterapia si configurano come preziose manifestazioni fenomenologiche del vissuto interno del paziente. 


Questa pratica non ricerca la bellezza formale, ma l'autenticità espressiva nel "qui e ora"; non si misura sulla quantità o sulla perfezione della musica prodotta, bensì sulla QUALITÀ dell'ascolto e sulla capacità di co-costruire un canale comunicativo flessibile, capace di tradurre il vissuto interiore in forme sonore condivise. 

L'obiettivo non è la gratificazione estetica dell'ascoltatore, ma l'attivazione di canali espressivi e autoregolatori, dove la competenza tecnica del terapeuta si traduce nella capacità di decodificare, contenere e rispecchiare i bisogni psicologici e neurologici dell'individuo.


In questa cornice clinica, l'atto del creare musica estemporaneamente si fonde e si nutre indissolubilmente del concetto di esplorazione. 

A livello filosofico, l'esplorazione si configura come l'apertura originaria verso l'indeterminato, un'indagine fenomenologica in cui il soggetto non esegue un sapere già appreso, ma si sporge oltre i confini del noto per saggiare la materia sonora e, attraverso di essa, le possibilità stesse della propria esistenza. 


Se esplorare significa abitare la domanda prima ancora di formulare la risposta, improvvisare significa generare la risposta nel momento stesso in cui la si scopre, trasformando l'indagine solitaria in un atto di coraggiosa scelta e di immediata condivisione relazionale. 

È proprio il movimento propedeutico e destrutturante dell'esplorazione che permette all'individuo di mappare il proprio posizionamento nel mondo, affinché l'improvvisazione possa poi attingervi per edificare, nota dopo nota, una nuova e insperata architettura dell'incontro.

Nel panorama della musicoterapia contemporanea, l'improvvisazione non si configura semplicemente come un atto di libertà espressiva estemporanea, bensì come un rigoroso e profondo processo di ridefinizione dell'identità e della relazione terapeutica. 

Attingendo alla visione pionieristica di Tony Wigram, l'improvvisazione clinica viene definita come l'uso sapiente ed estemporaneo della combinazione di suoni in un ambiente di fiducia e sostegno reciproco, orientato a rispondere ai bisogni specifici della persona.

In questo spazio protetto, l'atto del creare musica diviene indissolubile dall'atto dell'esplorare, dando vita a un viaggio sonoro in cui ogni dinamica, ogni silenzio e ogni scelta intervallare aprono nuove alternative all'essere e all'esistere nel mondo. 


Per comprendere appieno la portata clinica di questo modello, è fondamentale sviscerare come l'improvvisazione e l'esplorazione non siano sinonimi, bensì due forze dinamiche distinte e complementari che si posizionano su piani differenti pur condividendo presupposti clinici imprescindibili.


L'improvvisazione rappresenta l'atto strutturante e comunicativo per eccellenza, configurandosi come l'uso intenzionale dei parametri musicali all'interno di una cornice relazionale ben definita, con l'obiettivo costante di agganciare l'altro, contenere l'emotività o favorire l'espressione organizzando il caos sonoro in forme dotate di significato condiviso. 

Al contrario, l'esplorazione si caratterizza come la fase di indagine, scoperta e sperimentazione del mezzo sonoro e delle sue potenzialità, mossa dalla curiosità e dal bisogno di testare i limiti del materiale musicale e dello spazio terapeutico.

Questa indagine può avvenire sia a livello macro, attraverso la scoperta di diversi strumenti, registri e stili, sia a livello micro, esaminando cosa accade variando l'intensità di una sola nota o inserendo una dissonanza.


Si tratta di un processo pre-strutturale o destrutturante, propedeutico alla nascita di un nuovo linguaggio. 

Nonostante tale diversità di natura, entrambe le pratiche condividono il radicamento nella flessibilità e la centralità del PROCESSO sul prodotto, poiché l'efficacia profonda non risiede mai nella quantità o nella bellezza formale della musica prodotta, ma nella qualità dell'ascolto che il terapeuta sa offrire e nella natura della relazione che si instaura passo dopo passo. 


Inoltre, nessuna reale esplorazione e nessuna autentica improvvisazione possono compiersi se l'ambiente umano e musicale non viene percepito come un contenitore sicuro, accogliente e totalmente privo di giudizio.


Proprio in merito alla gestione di questo spazio, Wigram evidenzia una dinamica fondamentale all'interno della prassi clinica, ovvero la necessità di accogliere ed esplorare i parametri musicali partendo da limiti strutturali precisi, mappando così le criticità insite in entrambe le dimensioni.

Per chi si accosta alla musicoterapia vi è spesso il falso mito che la complessità derivi dalla sovrabbondanza di note, un approccio rischioso che può condurre al caos, alla sovraproduzione e a un rumore indistinto capace di spaventare la persona. 


Il vero fulcro dell'esplorazione risiede, al contrario, nella capacità di limitare il materiale di partenza. 

Saper lavorare in modo creativo anche con una singola nota, espandendone il ritmo, l'intensità e il timbro, costituisce il primo reale livello di indagine clinica ed espressiva.

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Questo percorso di progressiva apertura si intreccia strettamente con l'uso delle regole di gioco (PLAYING RULES), intese come cornici tematiche o prettamente musicali che guidano l'esplorazione offrendo direzionalità, contenimento cognitivo e sicurezza psichica di fronte a un'esperienza che per la persona può risultare tanto stimolante quanto destabilizzante o insicura. 


Limitare il materiale, ad esempio decidendo di suonare solo sui tasti neri o nel registro grave, serve a trasformare il disorientamento in scoperta protetta. 

Parallelamente, l'improvvisazione stessa può generare ansia da prestazione e blocchi espressivi; in questi casi, l'esplorazione minuziosa di un singolo elemento, come una cellula ritmica o un intervallo, diventa la chiave d'elezione per sbloccare l'impasse terapeutica.


Resta fondamentale per il professionista vigilare sul rischio di un disallineamento temporale, che si verifica quando il terapeuta si mostra pronto a improvvisare un dialogo mentre la persona si trova ancora nella fase di esplorazione solitaria dello strumento, un errore di sincronia che può interrompere bruscamente il legame terapeutico.


Il concetto di "esplorare improvvisando" trova un'eco significativa ed espansiva anche nelle prospettive di altri autori fondamentali della disciplina, che integrano e arricchiscono la visione di Wigram. Kenneth Bruscia, ampiamente richiamato nella letteratura metodologica per la sua monumentale opera di sistematizzazione dei modelli improvvisativi, evidenzia come l'improvvisazione clinica sia intrinsecamente un atto di esplorazione del SÉ. 

Attraverso l'esplorazione attiva delle risposte sonore del paziente, l'improvvisazione diventa lo specchio delle sue dinamiche intrapsichiche, dove l'esplorazione del mondo esterno (lo strumento e il suono) si traduce immediatamente in un'esplorazione del mondo interno.


Dal canto loro, Paul Nordoff e Clive Robbins concepiscono l'improvvisazione come una via d'accesso al "bambino musicale" (MUSIC CHILD), ossia quell'identità musicale innata presente in ogni individuo. 


Nel loro modello di Musicoterapia Creativa, l'improvvisazione del terapeuta è una continua e flessibile esplorazione delle risposte, anche minime o frammentarie, del paziente; il terapeuta non impone una struttura, ma esplora il linguaggio sonoro dell'altro per co-creare una forma che educhi alla relazione. 


Mary Priestley, fondatrice della Musicoterapia Analitica, sposta l'accento sull'uso dell'improvvisazione per esplorare l'inconscio, i sogni e le resistenze, utilizzando il mezzo sonoro come un ponte transizionale tra il conscio e l'universo simbolico del paziente. Infine, la letteratura scientifica applicata, come gli studi clinici focalizzati sul trattamento della depressione, dimostra come l'improvvisazione diventi uno strumento d'elezione per l'esplorazione e la transizione degli stati emotivi. 


Attraverso la microanalisi della composizione, si evidenzia come l'esplorazione attiva di nuove combinazioni musicali permetta al paziente di scardinare la rigidità emotiva tipica degli stati depressivi, traducendo il movimento sonoro in una vera e propria flessibilità psicologica.

Superate le criticità iniziali e integrando queste autorevoli lenti teoriche, l'aspetto più affascinante del processo risiede nel modo in cui l'improvvisazione e l'esplorazione si fondono in un ciclo continuo durante la seduta, alimentandosi a vicenda attraverso traiettorie cliniche fluide che si muovono tra stabilità e sospensione. 

L'esplorazione accurata degli elementi, dal registro grave all'acuto, dal legato allo staccato, dalla consonanza all'atonalità, fa sì che l'improvvisazione cessi di essere una mera esecuzione tecnica e si trasformi in un dialogo autentico.


In questo ciclo, l'esplorazione funge da vero e proprio carburante per l'improvvisazione: quando la musica diventa ripetitiva o sterile, l'introduzione di una transizione armonica improvvisa o l'indagine di un dinamico crescendo e decrescendo rompe la rigidità, offrendo nuovo materiale grezzo per rilanciare il dialogo musicale. 

Allo stesso modo, l'improvvisazione offre la cornice ideale per l'esplorazione, poiché mentre il soggetto sperimenta liberamente e in modo frammentario uno strumento, il terapeuta interviene applicando tecniche specifiche descritte da Wigram come il MATCHING (corrispondenza) o il frameworking (inquadramento) per dare una struttura armonica o ritmica a quell'indagine, avvolgendo la produzione della persona in un tessuto sonoro che la fa sentire accolta e compresa.


Sul piano clinico, questo incontro si declina attraverso metodi specifici come il rispecchiamento (MIRRORING), l'imitazione e la corrispondenza. 

Se il rispecchiamento mira a una sincronia totale in cui le identità sembrano quasi fondersi simmetricamente, la corrispondenza permette al terapeuta di improvvisare una musica compatibile con lo stile della persona, rispettandone ritmo, dinamica e densità testurale, senza tuttavia annullare la propria specificità. 


Attraverso questo gioco continuo di rimandi, l'esplorazione e l'improvvisazione si intrecciano definitivamente a livello relazionale.

Muoversi flessibilmente tra la stabilità di un pulso condiviso e l'esplorazione di una dissonanza armonica permette di riflettere, mappare ed empatizzare con vissuti di disagio e perturbazione emotiva. 

Questo passaggio fluido dall'esplorazione dell'ignoto e del silenzio all'improvvisazione della forma e del dialogo consente alle identità musicali dei partecipanti di incontrarsi, convalidarsi e differenziarsi.

L'esplorazione guidata diventa allora il veicolo privilegiato per far emergere il passato e il presente del soggetto, permettendo al terapeuta di elaborare tali vissuti e trasformarli in relazioni autentiche, dischiudendo nel preciso "qui e ora" della seduta una miriade di possibilità e di alternative esistenziali precedentemente inesplorate.

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La mappa non è il territorio: tracciare sentieri tra l'ignoto e la struttura


L'inizio di un percorso terapeutico si configura spesso come la sosta dinanzi a una catena montuosa sconosciuta. 

Il paziente porta con sé il proprio paesaggio interiore, ma i sentieri abituali appaiono interrotti, franati o dolorosamente ripetitivi. In questo scenario, l'esplorazione rappresenta l'atto di guardare oltre i percorsi battuti, muovendo i primi passi nel fuori pista sonoro, mentre l'improvvisazione funge da bussola e da costante ridefinizione della mappa. 

Nel modello di Wigram, non si viaggia mai senza una parziale coordinata, ma l'autentico cammino clinico si realizza quando l'esplorazione spinge a deviare dal sentiero principale per scoprire nuove radure espressive.


Sul piano pratico, questa dinamica si traduce nell'uso che il terapeuta fa delle transizioni e delle strutture aperte. 

Se un paziente si trova bloccato in una ripetizione ritmica ossessiva e rigida, l'equivalente del camminare in cerchio sempre sullo stesso sentiero battuto per paura di perdersi, il terapeuta non interrompe il cammino, ma introduce una variazione sottile, come un mutamento di registro o un accordo sospeso. 

Questa deviazione è un invito a esplorare un sentiero laterale. 

L'analogia della montagna evidenzia come l'esplorazione necessiti della fatica del passo incerto, ma trovi nell'improvvisazione del terapeuta quella cordata di sicurezza che impedisce la caduta nel vuoto dell'angoscia o del caos comunicativo.


Ogni escursione in alta quota richiede un luogo sicuro da cui partire e a cui ritornare: il CAMPO BASE. 

Nella clinica descritta da Wigram, il campo base corrisponde alle cornici strutturali, alle regole di gioco (playing rules) e a tecniche di ancoraggio come il frameworking.

Stabilire un pulso chiaro, un'armonia prevedibile o un perimetro esecutivo circoscritto (ad esempio, utilizzare soltanto le barre metalliche di un metallofono impostato su una scala pentatonica) significa allestire un rifugio accogliente. 


Solo quando il paziente avverte la stabilità del campo base, si genera in lui la spinta motivazionale per iniziare l'ascensione verso la vetta, simbolo dell'espressione più libera, complessa e spontanea di sé.


Un esempio clinico di questa dialettica si osserva quando si lavora sulla gestione delle dinamiche estreme, come il passaggio dal silenzio al fortissimo. 

Il terapeuta può concordare una regola d'esplorazione: iniziare dal sussurro sonoro ai piedi della montagna per poi salire gradualmente di intensità, esplorando l'eco e la risonanza dello strumento lungo il tragitto, fino a raggiungere il picco espressivo del volume. 

L'improvvisazione coordina i tempi di questa scalata, assicurando che il paziente non si avventuri verso vette emotive troppo scoscese senza un adeguato equipaggiamento.

 Quando la fatica o la tensione si fanno eccessive, la flessibilità del terapeuta permette di ripiegare prontamente verso un terreno più pianeggiante, riconducendo la musica a una dimensione di contenimento e di quiete.


Il crinale della montagna è un luogo di confine sottile, esposto ai venti, dove ogni passo richiede massima presenza e dove l'orizzonte si spalanca su entrambi i versanti. 

È l'esatta metafora del "qui e ora" dell'improvvisazione clinica. Su questo crinale sonoro, l'esplorazione del paziente e l'improvvisazione del terapeuta si fondono in un'esperienza di pura CO-COSTRUZIONE. 


Non esiste una strada tracciata in anticipo da seguire ciecamente; la via d'uscita da una situazione di stallo emotivo o comunicativo viene creata passo dopo passo, nota dopo nota, attraverso l'ascolto reciproco e la responsività immediata.


La pratica clinica evidenzia questo intreccio nei momenti di dialogo serrato e di matching (corrispondenza). Immaginiamo un setting in cui il paziente esegue colpi d'esplorazione sparsi e imprevedibili su un tamburo, quasi cercasse una direzione nel nebbioso paesaggio sonoro. 

Il terapeuta non impone un ritmo proprio, ma risponde istantaneamente a ciascun colpo con una forma sonora che ne riflette la densità e l'intenzione emotiva, offrendo un terreno solido sotto quel passo isolato.

In questo modo, l'esplorazione del paziente smette di essere un vagare solitario e diventa un camminare insieme sul crinale. 

Attraverso questo continuo interscambio, l'improvvisazione modella l'esplorazione e la trasforma in un sentiero condiviso, dove l'incontro ravvicinato con l'imprevisto apre la strada a nuove e insperate possibilità evolutive.


Quando si esplora e quando si improvvisa?


Per comprendere l'esatto momento in cui un paziente passa dall'esplorazione all'improvvisazione, o come queste due dimensioni si intreccino, dobbiamo osservare la musica non come un prodotto estetico, ma come un comportamento clinico ed espressivo.

L'esplorazione si manifesta quando il paziente si relaziona allo strumento o al suono con un atteggiamento di indagine prevalentemente geometrica, timbrica o fisica.

Questa dimensione è mossa dalla curiosità originaria o dal bisogno di testare lo spazio sonoro e l'oggetto circostante. 


Clinicamente, l'esplorazione è visibile quando il soggetto tocca casualmente i tasti del pianoforte per saggiarne il volume, oppure quando sceglie di grattare la pelle di un tamburo anziché percuoterla, mossa tesa a comprendere la natura del suono prodotto. 


Questo vagare si esprime anche nel passare continuamente da uno strumento all'altro all'interno del setting senza stabilizzarsi su nessuno di essi, o nel ripetere una singola nota variando unicamente il tocco per osservare gli effetti fisici della vibrazione. 


In questo scenario, l'attenzione della persona è focalizzata principalmente sulla diade terapeutica formata da se stesso e dall'oggetto-strumento. Il terapeuta rimane temporaneamente sullo sfondo, mentre il paziente si impegna a testare il terreno in modo autoregolatorio.


Il passaggio all'improvvisazione esige un salto di qualità intenzionale, segnato dal transito dal mero collaudo del mezzo alla comunicazione strutturata attraverso di esso.

L'improvvisazione implica una scelta espressiva deliberata e inserita nel "qui e ora" della relazione terapeutica. 

Il paziente dimostra di improvvisare quando inizia a organizzare i suoni precedentemente testati in una cellula ritmica o melodica con una dimensione intenzionale, oppure quando utilizza lo strumento per rispondere in modo diretto a uno stimolo musicale offerto dal terapeuta, avviando un vero e proprio dialogo. 

Questa intenzionalità si riflette anche sul piano affettivo, ad esempio quando la persona accentua deliberatamente una nota per esprimere una precisa sfumatura emotiva come la rabbia o l'esitazione, o quando riesce a strutturare una forma musicale, seppur minima e frammentaria, dotata di un inizio, uno sviluppo e una conclusione.

Nella pratica clinica, queste due dimensioni non agiscono quasi mai come compartimenti stagni, delineandosi piuttosto come un continuum fluido in cui esplorare improvvisando e improvvisare esplorando si alimentano reciprocamente. 


Un paziente può inaugurare l'incontro percuotendo in modo erratico uno xilofono; nel momento in cui il terapeuta interviene applicando tecniche di matching o frameworking, fornendo cioè una cornice armonica solida sotto quei colpi sparsi, l'esplorazione iniziale viene letteralmente calamitata all'interno di un'improvvisazione clinica congiunta. 


Al contrario, durante un'improvvisazione già avviata e strutturata, il paziente può imbattersi in un limite emotivo o in una stanchezza comunicativa.

In quel momento la forma musicale si frammenta, e il soggetto fa ritorno a un'esplorazione isolata del silenzio o di un singolo timbro, cercando in quell'indagine il CARBURANTE o una nuova via d'uscita per un successivo rilancio improvvisativo.

Per mappare scientificamente questo movimento all'interno del setting, il musicoterapeuta analizza precisi parametri musicali e comportamentali che differenziano le due modalità. 


L'esplorazione è definita dall'assenza di un pulso stabile, con un'organizzazione del tempo non-pulsata, frammentaria ed erratica, dove i suoni appaiono isolati. 

L'uso dello spazio e dello strumento segue un movimento prettamente corporeo e tattile, come accade nel far scorrere la mano su tutta la tastiera attraverso un glissando volto a mappare l'estensione fisica dello strumento anziché a perseguire un fine espressivo. 


Anche la variabilità timbrica e dinamica presenta cambiamenti repentini e casuali di volume, dettati unicamente dal tentativo di scovare le potenzialità fisiche della materia.


Al contrario, i parametri dell'improvvisazione evidenziano una più chiara intenzionalità e coerenza formale attraverso la comparsa di pattern, motivi melodici, cellule ritmiche iterate e centri tonali o modali che testimoniano un'organizzazione sintattica del materiale sonoro. 

Emerge inoltre una spiccata responsività e consapevolezza relazionale: il paziente modifica la propria esecuzione in risposta diretta alla proposta del terapeuta, ad esempio rallentando il proprio moto o lasciando spazi vuoti per consentire la replica dell'altro. 


Le variazioni di volume, registro o velocità abbandonano la casualità per farsi specchio fedele di uno stato interno, dove perfino l'uso intenzionale dell'atonalità o della dissonanza serve a tradurre una tensione emotiva. 

Infine, l'adesione all'improvvisazione si manifesta nella capacità del paziente di accettare, mantenere o proporre le regole di gioco (playing rules), dimostrando di saper controllare e canalizzare l'energia sonora entro i limiti condivisi di una struttura comune.

Conclusioni: verso una pratica della scoperta e dell'incontro


L'esplorazione e l'improvvisazione clinica non si configurano come momenti giustapposti o scissi, ma come le due polarità inscindibili di un unico processo trasformativo. 

Se l'esplorazione rappresenta la spinta vitale verso l'ignoto, il coraggio di saggiare i confini del proprio mondo sonoro e di perdersi tra sentieri non ancora battuti, l'improvvisazione è la FORZA generatrice che accoglie quel vagare, offrendo una mappa dinamica, un terreno relazionale solido e una direzione comunicativa.


Attraverso la rigorosa lente metodologica di Tony Wigram, integrata dalle più autorevoli prospettive della musicoterapia contemporanea, emerge con chiarezza che l'efficacia del trattamento non risiede mai nella quantità di materiale musicale prodotto, né nella sua aderenza a canoni estetici predefiniti. 


Risiede, al contrario, nella qualità dell'ascolto che il terapeuta sa offrire e nella flessibilità con cui egli sa alternare il contenimento della struttura alla libertà della scoperta.

Nel "qui e ora" del setting, riconoscere i parametri che segnano il passaggio dall'indagine solitaria al dialogo condiviso permette al musicoterapeuta di farsi compagno di viaggio ideale.

L'atto di esplorare improvvisando e di improvvisare esplorando si rivela così una potente metafora esistenziale: una cordata sonora che, rispettando i tempi e i limiti di ciascun individuo, trasforma il disorientamento del caos in un cammino di autentica rinascita, dischiudendo alla persona nuove, insperate e flessibili alternative all'essere e all'esistere nel mondo.


Bibliografia

  • Wigram, T. (2004). Improvisation: Methods and Techniques for Music Therapy Clinicians, Educators, and Students. London, UK: Jessica Kingsley Publishers.

  • Bruscia, K. E. (1987). Improvisational Models of Music Therapy. Springfield, IL: Charles C Thomas Publisher. 

  • Bruscia, K. E. (1998). Defining Music Therapy (2nd ed.). Gilsum, NH: Barcelona Publishers. 

  • Erkkilä, J., Gold, C., Fachner, J., Ala-Ruona, E., Punkanen, M., & Vanhala, M. (2008). The effect of improvisational music therapy on the treatment of depression: protocol for a randomised controlled trial. BMC Psychiatry, 8(50), 1-10. 

  • Nordoff, P., & Robbins, C. (1977). Creative Music Therapy: Individualized Treatment for the Handicapped Child. New York, NY: John Day Company. 

  • Priestley, M. (1994). Essays on Analytical Music Therapy. Gilsum, NH: Barcelona Publishers. 

  • Robbins, C., & Robbins, C. (Eds.). (1998). Healing Heritage: Paul Nordoff Exploring the Tonal Language of Music. Gilsum, NH: Barcelona Publishers.

  • Sabbatella, P. (2004). Improvisation in Music Therapy. Documentation of the Conference: Improvisation in Music. European Music Council. 

  • Wakao, Y. (2016). The Modern Idea of Creativity and its Influence on Music Therapy. Music & Arts in Action, 5(1), 5-20. 

Simone Rizzardi

Founder Musicoterapiaviva.it

✪ Musicoterapeuta, Operatore e Consulente nel Benessere del suono.

Esperto di applicazioni della musica in contesti Clinici e di Crescita personale. ✪ Musicista

e appassionato della Valorizzazione dei Talenti delle persone - Scopri chi è Simone 


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