Musica (o Musicoterapia) nel Setting Perioperatorio

05.02.2026

L'Impiego Strategico della Musica e della Musicoterapia nel Setting Perioperatorio: 

Analisi Multidimensionale delle Evidenze Cliniche, dei Meccanismi Neurofisiologici e delle Dinamiche Organizzative

Articolo Blog  curato da Simone Rizzardi (musicoterapeuta) 


L'integrazione sistematica della musica e della musicoterapia nei percorsi di cura chirurgica non è più da considerarsi un semplice vezzo estetico, bensì rappresenta una delle frontiere più concrete nel processo di umanizzazione delle cure e di affinamento dei protocolli perioperatori. 


Sebbene l'uso del suono a fini terapeutici trovi le sue radici in tradizioni millenarie, la sua validazione come intervento evidence-based ha vissuto una spinta straordinaria nell'ultimo decennio [1, 2]. 


Tale accelerazione è stata dettata dalla necessità clinica di reperire strategie non farmacologiche per la gestione dello stress, del dolore e, non ultimo, per arginare la crescente dipendenza da oppioidi [4]. 

La sala operatoria moderna, ambiente definito da un'alta densità tecnologica e livelli sonori che spesso eccedono le soglie raccomandate dall'OMS, si pone come il laboratorio ideale per questi interventi.


La ricerca attuale suggerisce che la musica non operi come una banale distrazione, ma dialoghi intimamente con i substrati neurofisiologici del paziente, modulando la risposta autonomica e influenzando direttamente gli outcome clinici e psicologici [3].


Dal punto di vista storiografico, l'adozione della musica in chirurgia risale almeno al 1914, epoca in cui i grammofoni venivano introdotti per mitigare l'ansia dei pazienti, preferendo composizioni "morbide" al ritmo incalzante del jazz, all'epoca percepito come inadatto al rigore ospedaliero


Nel panorama odierno, è tuttavia indispensabile distinguere tra Music Medicine (MM) intesa come l'utilizzo di interventi musicali tipicamente riconducibili all'ascolto di brani preregistrati o protocolli sonori standardizzati e la Musicoterapia (MT), intesa come processo relazionale e sistematico condotto da un professionista qualificato. [4].


Se la prima si è diffusa capillarmente per la sua agilità logistica, la Musicoterapia propriamente detta offre una profondità di intervento superiore, capace di integrare la composizione o l'uso attivo di strumenti, rivelando potenzialità peculiari nel supporto emotivo profondo e nella riabilitazione [11].


Vedi anche il Post Linkedin dove parlo dell'utilizzo della Musica di Vasco durante un intervento -->


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Fondamenti Neurobiologici e Meccanismi d'Azione

Per decodificare l'impatto della musica sul paziente, occorre spingersi oltre l'analisi comportamentale ed esaminare come il suono moduli il Sistema Nervoso Autonomo (ANS) [3, 11]. 


L'intervento sonoro agisce come un correttore dell'iperattività dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), responsabile del rilascio massivo di cortisolo e catecolamine. L'evento chirurgico, per sua natura traumatico, proietta l'organismo verso una dominanza simpatica prolungata che può ostacolare l'omeostasi e, di riflesso, rallentare il recupero.


L'evidenza clinica dimostra che un ascolto musicale mirato favorisce lo shift verso l'attività parasimpatica.
In questo senso, la Variabilità della Frequenza Cardiaca (HRV) emerge come uno dei marker più sensibili: un incremento della HRV denota una migliorata resilienza cardiaca e una riattivazione del tono vagale [3].


È ragionevole supporre che un incremento dell'attività vagale possa agire da scudo contro le complicanze cardiache postoperatorie, le quali rappresentano ancora una quota allarmante (circa il 30%) delle criticità in chirurgia non cardiaca.

Un dato di straordinario interesse riguarda la persistenza della percezione uditiva anche sotto anestesia generale. 

Poiché le risposte evocate uditive corticali non vengono totalmente annullate dalle concentrazioni standard di anestetico, si apre lo scenario della Perioperative Music Medicine (PMM) [4].

Questo approccio mira a "levigare" la tempesta neuroendocrina proprio nel picco della vulnerabilità organica, con il fine ultimo di stabilizzare i parametri emodinamici e rendere il risveglio un processo più fluido.


Analisi Meta-Analitica dell'Efficacia Clinica (2020-2025)

Il quinquennio 2020-2025 ha segnato il passaggio della musica da "opzione accessoria" a "presidio clinico validato" [2, 3]. 


Le meta-analisi focalizzate sulla chirurgia della cataratta, ad esempio, hanno riportato riduzioni drastiche dell'ansia misurata tramite Visual Analog Scale (VAS) e State-Trait Anxiety Inventory (STAI) [3]. 


In questi casi, la musica non si limita a rilassare la mente, ma stabilizza attivamente la pressione arteriosa, contrastando l'ipertensione da stress chirurgico.

Dall'analisi dei sottogruppi emerge come la variabile culturale e il tipo di stimolo sonoro siano determinanti [3]. 

Si è notato che i pazienti di origine asiatica presentano risposte spesso più pronunciate, un fenomeno che potrebbe suggerire un ruolo delle aspettative o dei contesti socio-culturali. 


Sul piano tecnico, l'impiego dei binaural beats (ritmi binaurali) si è rivelato superiore ad altri generi nel ridurre la frequenza del polso, sfruttando il meccanismo dell'entrainment neurale per indurre stati di rilassamento profondo.


L'efficacia, inoltre, non si esaurisce al termine della procedura. In chirurgia ortopedica, l'isolamento acustico tramite cuffie non serve solo a diffondere musica, ma a creare una barriera contro i rumori traumatici (seghe chirurgiche, aspiratori, allarmi) [1].


Questa "maschera acustica" trasforma un ambiente ostile in una zona protetta, abbattendo la catastrofizzazione del dolore [1, 2].

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Specialità Chirurgiche e Protocolli Specifici

L'efficacia dell'intervento musicale deve essere calibrata in base alla specialità chirurgica, poiché ogni intervento porta con sé dinamiche e livelli di coscienza differenti.


  • Chirurgia Oftalmica: Poiché il paziente è spesso in sedazione cosciente, l'ansia può causare movimenti oculari riflessi. Una somministrazione musicale a volume moderato (40-60 dB) agisce da stabilizzatore, riducendo la pressione intraoculare e migliorando la compliance globale [3].
  • Ostetricia e Ginecologia: Nel parto cesareo, la musica riduce il rilascio materno di catecolamine, con potenziali ricadute positive anche sul neonato. In isteroscopia, l'intervento riduce l'ansia anticipatoria, agendo come un ansiolitico naturale [2, 4].
  • Chirurgia Generale e Ortopedica: Sebbene interventi come il massaggio siano più diretti nel controllo del dolore acuto a breve termine, la musica garantisce una riduzione della richiesta di oppioidi più prolungata e costante (P = 0.047) [1].


Music Medicine vs. Musicoterapia: Personalizzazione e Autonomia

Un asse portante della ricerca recente riguarda la superiorità degli interventi personalizzati (PI) rispetto a quelli standardizzati (TT) [4].

La possibilità per il paziente di scegliere la propria playlist non è solo un atto di cortesia, ma un potenziatore dell'autonomia decisionale che facilita la "dissociazione" dall'evento traumatico

È interessante notare come solo la musica personalizzata sia stata in grado di prevenire efficacemente l'emesi postoperatoria (PONV) [4]. 

Questo suggerisce che il legame emotivo con il brano ascoltato attivi circuiti limbici capaci di inibire i centri emetici bulbari.

Musica e Farmacologia: L'Effetto "Opioid-Sparing"

L'impiego della musica risponde oggi a una necessità farmacologica stringente: la riduzione della dipendenza da oppioidi [4]. 

La musica funge da adiuvante, stimolando la produzione di oppioidi endogeni (endorfine), dopamina e ossitocina.


In contesti di chirurgia ambulatoriale, si è registrato un consumo di morfina orale inferiore del 56.7% nei primi cinque giorni post-intervento nei pazienti trattati con musica [1].

Questo dato è cruciale: meno oppioidi significano meno effetti collaterali (nausea, stipsi, depressione respiratoria) e un rischio ridotto di sviluppare dipendenze croniche post-chirurgiche.


Dinamiche del Team Chirurgico e Sicurezza del Paziente

Sebbene la musica sia diffusa nel 53-72% delle sale operatorie mondiali, il suo impatto sullo staff richiede cautela [5]. 


Se da un lato il chirurgo può trarre beneficio dalla musica classica per la precisione delle suture [6], dall'altro la presenza di rumore ambientale può quintuplicare le richieste di ripetizione delle comunicazioni tra l'equipe [5, 9].


Il rischio maggiore si concentra nelle fasi critiche, come il conteggio dei ferri. 

Un volume eccessivo può oscurare la voce degli infermieri di sala, aumentando il rischio di errori.

Inoltre, spesso la scelta musicale è appannaggio del chirurgo senior, il che può generare stress o senso di esclusione negli altri membri del team se il genere o il volume non sono condivisi [5, 9].



Il Contesto Italiano: Innovazione e Umanizzazione

In Italia, l'integrazione musicale si sposa con il concetto di umanizzazione delle cure. 

Progetti presso strutture di rilievo come il Policlinico di Milano o l'Ospedale Niguarda mostrano come la collaborazione tra clinica e arte possa creare modelli di assistenza di alto livello. 

Anche la SIAARTI (Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva) ha iniziato a integrare queste riflessioni nei protocolli di gestione dello stress e dell'anestesia "Green" [7, 8, 10], valorizzando il silenzio e il suono controllato come strumenti di sicurezza psicologica.



Standardizzazione dei Protocolli Operativi

Per trasformare la musica in un presidio sicuro, la letteratura e le linee guida europee suggeriscono l'adozione di standard rigorosi [9]:

  • Isolamento Individuale: Preferire cuffie per il paziente per non interferire con gli allarmi dei monitor.
  • Limiti di Volume: Non superare mai i 60 dB in campo aperto.
  • Selezione del Repertorio: Prediligere musica strumentale a 60-80 BPM durante le fasi di alta intensità cognitiva.
  • Inclusività: Discutere l'uso della musica durante la Surgical Safety Checklist dell'OMS.

Prospettive Future e Conclusioni

L'orizzonte della ricerca si sta spostando verso l'integrazione dell'Intelligenza Artificiale, capace di creare playlist adattive basate sulla risposta fisiologica del paziente in tempo reale. 


Tuttavia, la sfida primaria resta culturale: passare dalla sporadicità dei progetti pilota alla standardizzazione clinica.


In conclusione, la musica nel setting perioperatorio non deve più essere vista come un accessorio di comfort, ma come un intervento terapeutico non farmacologico con basi neurofisiologiche consolidate.


Se correttamente implementata, questa pratica è in grado di migliorare radicalmente l'esperienza del paziente, ottimizzare l'uso delle risorse farmacologiche e contribuire a un ambiente chirurgico più equilibrato e sicuro.



Simone Rizzardi

Founder Musicoterapiaviva.it

✪ Musicoterapeuta, Operatore e Consulente nel Benessere del suono.

Esperto di applicazioni della musica in contesti Clinici e di Crescita personale. ✪ Musicista

e appassionato della Valorizzazione dei Talenti delle persone - Scopri chi è Simone